EDUARDO FILIPPO
Sembra destinata a non tramontare mai certa analisi estetica che si ostina a comprimere a circoscrivere entro insistenti margini regionali tanta produzione artistica che, per il solo fatto di essere stata realizzata nell'ambito di quei confini e ideata da uomini nati in quei territori, deve indispensabilmente recepire, assorbire e trascrivere peculiari istanze sociali, economiche ed esistenziali. Non pesa tanto sul Meridione d'Italia una più che nota e conclamata tradizione storica, marginalizzante e paralizzante, quanto l'agglutinante tenacia di glorificatori dei valori delle più periferiche terre del sud che, nello sforzo di esaltare e valorizzare i suoi uomini, produce riduttivi distintivi di "napoletanità" e "calabresità". Non c'è empito, ideale, aspirazione artistica o umana, per quanto sovraregionale e sovranazionale, non c'è partecipazione diretta, emotiva o spirituale a stagioni e a movimenti di portata anche particolarmente ampia, che non venga ricondotta da questo tipo di esagesi ad una forzata e fuorviante scaturigine localistica. I più vieti e scontati "topoi" celebrati da tanta letteratura del colore, del calore e del dolore, che addormenta i nostri complessi storici e soddisfa la facile commercializzazione di un finto folklore, posto a metà strada tra la farsa e il dramma, è una trappola insidiosa nella quale continuiamo testardamente a inciampare. Cosi anche l'opera di Eduardo Filippo è caduta nell'inesorabile tritacarne di tanta critica, che ha gioiosamente impastato sensibilità napoletana e sofferenza calabrese per vedere nella sua opera un'emblematica espressione del dolore delle nostre sventurate terre. Come dire, allora, che chi non soffre come noi - perché noi meridionali siamo destinati a soffrire - non può recepire il messaggio, i valori, i segnali della attività di Eduardo Filippo. Alla produzione di Filippo viene riconosciuta una ascendenza quasi classica, alla quale si conforma spesso l'equilibrio e la compostezza dei suoi volumi; gli si riconosce una tensione emotiva vibratile che travolge oggetti e corpi proiettandosi verso esiti espressionisti, talvolta oltre il limite del figurativismo. Tutto questo non è bastato ad evitargli il falsante titolo di "testimone del dolore calabrese". Questo ricorso all'etichetta nasce, forse, dal bisogno ineludibile, che spesso ci accompagna, di capire, di trovare il filo conduttore, la cifra, la connotazione che unifica e raccorda i vari e diversi momenti della produzione di un artista, e, alla fine, di collocarlo nell'ambito di un movimento, di una scuola, di una tradizione. Ci sforziamo allora di scoprire reminiscenze, riflessi ed echeggiamenti con procedimenti legittimi, anche se fuorvianti, affidandoci ai peccati veniali di chi per la prima volta osserva e avvicina un artista con l'aiuto e il conforto del riferimento al "già visto". Si può allora individuare nelle opere di Eduardo Filippo eredità che sicuramente lo scultore non avverte e nelle quali non si riconosce: reminiscenze tre-quattrocentesche nella dilatata serenità plastica di un Andrea Pisano o la drammaticità infiammata di un Orcagna; o, più vicini a noi nel tempo, il riverbero della dolente e laconica compostezza di Arturo Martini o la desolata potenza drammatica di Herry Moore. Quando, ricercate e trovate le ascendenze, individuate o inventate le scuole di appartenenza, non si riesce a trovare l'unica matrice di una produzione che, per fortuna, non si ripete mai e non si riesce a prevenire al "famigerato" motivo conduttore, non resta che l'etichetta per la quale, nel caso di un artista meridionale, il "grido di dolore" va sempre bene. Si perde, cosi, fatalmente di vista che il dolore è sicuramente uno dei moventi di Eduardo Filippo; ma non quello di una condizione storica e localizzata, quanto piuttosto quello di una più generale e immutabile condizione umana. Al centro del cosmo di Eduardo Filippo c'è l'uomo segnato dalla categoria che gli è più peculiare: la sofferenza. Sofferenza intensa e irreversibile, mai gridata ed esaltata; cristallizzata nella rassegnazione del Monumento ai Caduti di Fassato Serralta, nel quale l'intensità di un dolore inguaribile si rapprende nella deformazione fisica; affilata e tesa nello spazio ascensionale del crocefisso della Chiesa di Cristo Re a Cosenza; ovattata e smussata nelle ampie e pastose superfici del Monumento ai Caduti di Marcedusa; contenuta e fiera nei "Caduti" di Sorianello, nel quale "La Madre" cita col braccio sinistro ripiegato sul petto il gesto distintivo dei monumenti funerari romani; allampanata e dignitosa nella residua forza di sopravvivente che caratterizza l'"Addio di Clown". Eduardo Filippo muove dalla materia da sgrossare, da un originario "blocco" dal quale enucleare la forma: poco conta che esso sia il marmo o la pietra, un grafico, un bozzetto, un programma disegnato o addirittura un progetto di elementi da assemblare. Il procedimento genetico della sua opera esordisce sempre, idealmente o materialmente, da un originario "blocco" dal quale tirare fuori l'opera. Lo scultore ferma il procedimento quando sente che la sua creazione è realizzata e pronta a trasmettere il suo messaggio. L'abbozzo, il non finito, le superfici piane e morbide, levigate e scorrevoli, la forma finita e definita nei suoi particolari anche minuziosi, il corpo limato, affilato reso tagliente, l'immagine fiammeggiante e frastagliata, gli spigoli appuntiti e ispidi, i pinnacoli pungenti e acuminati, sono i vari e diversi momenti di questo processo creativo. Dal bassorilievo della Chiesa del Carmine di Reggio Calabria alle fitte sciabolate della cappella di San Nicola nella Chiesa Matrice di Spadola, dal Torso Virile della Collezione Machado, tormentato da tensioni muscolari, alle appuntite ispidezze della Stele di Cristo Re a Cosenza, l'itinerario della creazione è sempre lo stesso: cambiano solo i momenti in cui Eduardo Filippo decide di fermare il processo genetico. Chi ha fantasia può immaginare un processo magico nel corso del quale lo scultore segue la materia che da embrione monolitico, sulla spinta di una stessa forza interna, comincia a prendere forma sempre più dettagliata e umana, sgrossandosi e particolareggiandosi, per cominciare poi a perdere di nuovo, per rarefazione progressiva, connotati figurativi; l'artista immobilizza questo processo nel momento in cui è pronta la carica comunicativa della scultura. Se l'artista lasciasse la materia affidata al suo movimento, dall'iniziale sgrossamento alla successiva e progressiva rarefazione, la materia stessa finirebbe per dissolversi. E chissà quante volte nei percorsi mentali di Eduardo Filippo si è attuato questo processo metamorfico dal "blocco" iniziale alla definizione della figura, alla rarefazione e alla dissoluzione. Sono stati i mementi che ogni artista rivive continuamente prima che dall'irrequieto laboratorio dalla fantasia e dell'inventiva scaturisca la decisione di passare dall'intuizione allo scalpello, dalla visione prefigurativa all'attività creativa. Questo processo creativo, prima intuitivo e mentale, poi organizzativo e progettuale, infine operativo e creativo consente a Eduardo Filippo tanto un figurativismo, ora serenamente descrittivo ora soffertamente espressionista, quanto un astrattismo lancinante, la cui dolente forza comunicativa è spesso affidata ad un tattilismo di stupefacente efficacia. E' un percorso creativo il suo che offre la possibilità di trasmigrare dall'una all'altra grafia, ma anche di esprimersi, come accade nel linguaggio musicale, nell'adagio, nel largo, nel pianissimo, nell'andante con moto, nel maestoso, nel crescendo. Un percorso, ancora, che gli consente di filtrare, recuperare e trascrivere, forse inconsapevolmente, i segni indelebili di una plurisecolare tradizione culturale e artistica. Cosi, l'agitata deposizione del Queens Village di Albano non può non rimandare istintivamente alla lotta dei Giganti dell'Ara di Pergamo, come le Anime del Limbo della Collezione Menof suggeriscono l'esuberanza compositiva del barocco ellenistico. La persistenza di una formazione classica non può non ricordare, guardando il torso della collezione Machado il celebre e citatissimo "torso Farnese". Mentre il panneggio del monumento ai caduti di Marcedusa potrebbe richiamare alla mente la greca dama di Auxerre. E allora si, la sua nascita e la sua formazione Napoletana potrebbero suggerire una via indiscreta per indovinare alcune componenti dello scultore, immaginando il giovane Filippo in giro per le sale del Museo Nazionale Archeologico di Napoli a contatto con l'astrazione figurativa dell'arte greca arcaica, col descrittivismo fisiognomico degli eroi di quarto secolo, con la patetica esuberanza ellenistica. Se è proprio necessario trovare una definizione per uno scultore come Eduardo Filippo si potrebbe azzardare quello di artista "classico", che dirada o infittisce la sua grafia, comprime o esalta gli aggetti e le profondità dei suoi bassorilievi, dipana o aggroviglia i panneggi delle sue figure, umanizza fino al ritratto le sue figure o le smaterializza fino all'astrazione, come accade ai Kouroi greci di VIII-VII secolo. Non ci sono quindi grafie diverse e conviventi in Eduardo Filippo; c'è un continuo fluire della creazione dell'informe blocco originario all'abbozzo, al non finito, al figurato, al verosimile, alla rarefazione, all'astrazione. Diversi momenti di rappresentazione di un dolore che in questo fluido processo creativo riesce a trovare tutte le sue possibili espressioni in una compiuta sacralità.
Mauro Giancaspro |