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Il sentire di Eduardo Filippo

E' restrittivo delineare in uno scritto l'arte e l'opera dello scultore Eduardo Filippo che ha orientato la sua vita su studi allargati ad un geografismo artistico ampio, maturando una maggiore sensibilità verso l'estetismo plastico.
Dopo il secondo dopoguerra, in armonia con l'incremento del sistema produttivo occidentale, la sperimentazione di moderni linguaggi ha tracciato il percorso della ricerca artistica internazionale sia negli Stati Uniti, in maniera più libera e spontanea, che in Europa.
Se la cultura Europea  significa agganciarsi a matrici di riferimento e, dunque, alla Storia e alla Storia dell'arte, presente nel "modellato" di Filippo, la cultura americana si incentra soprattutto su un perfezionamento della tecnica legato alla qualità dell'opera rappresentata. Ed anche questa specificità del "comporre" americano contraddistingue l'ossataura e la completezza della scultura di Filippo, mai gratuita e limitante ma assolutamente assorbita da una competenza ottenuta dopo anni di fatiche.
E' relativamente semplice tentare una decodificazione degli strumenti e degli intenti dell'artista dal tratto sicuro e graffiante e fuorviante da una interpretazione ovvia e scontata.
Tutto trae origine da un "sentire" fortemente connaturato alla personalità primigenia di Filippo che trae la sua forza ispiratrice da un sentimento autentico per la vita, così difficile da ritrovare al giorno d'oggi perché il contrasto tra idealità e realtà, marcato nel primo decadentismo, rimane come simbolo letterario e storico di un'epoca.
E' certo, attraverso questo distaccarsi da una componente fortemente irrazionale, che l'Artista può accogliere gli aspetti religiosi dell'esistenza, celebrati attraverso una plasticità non finalizzata solo alla precisione del dettaglio ma, anche suggeritrice "magica" di forme ancora inespresse.
L'inespressione diviene sinonimo di possibile reinterpretazione da parte del fruitore attento e quindi, spazio libero su cui comporre una propria dimensione artistica: Il "fare" e il "lasciar fare" come intelligente connubio di un racconto divino e umano in cui l'unità contenutistica non viene mai interrotta, semmai allargata nelle specificità diacronica e sincronica utilizzata dallo scultore.
Il segno intenso, incisivo, si carica spesso di un chiaroscuro sensibilissimo, talvolta addirittura luministico che dona colore alle immagini.
Ogni atteggiamento, gesto, espressione, "vive" relazionato ad altra forma anch'essa mobile, espressiva, dignitosamente composta, sintatticamente complessa a testimoniare un linguaggio unico nel suo genere, quello che solo un artista può rendere e fermare nel tempo.

M.T. Aiello



EDUARDO FILIPPO

Sembra  destinata  a non tramontare mai  certa analisi estetica  che si ostina a comprimere a circoscrivere  entro insistenti margini regionali tanta produzione artistica che, per il solo fatto di essere stata realizzata nell'ambito  di quei confini e ideata da uomini nati in quei territori, deve indispensabilmente recepire, assorbire e trascrivere peculiari istanze sociali,  economiche ed esistenziali.
Non pesa tanto sul Meridione d'Italia una più che nota e conclamata tradizione storica, marginalizzante e paralizzante, quanto l'agglutinante tenacia di glorificatori dei valori delle più periferiche terre del sud che, nello sforzo di esaltare e valorizzare i suoi uomini, produce riduttivi distintivi di "napoletanità" e "calabresità".
Non c'è empito, ideale, aspirazione artistica o  umana, per quanto sovraregionale e sovranazionale,   non c'è partecipazione diretta, emotiva o spirituale a stagioni e a movimenti di portata anche particolarmente ampia, che non venga ricondotta da questo tipo di esagesi ad una forzata e fuorviante  scaturigine localistica. I più vieti e scontati "topoi"  celebrati da  tanta letteratura  del  colore, del calore  e del dolore, che addormenta i  nostri complessi storici e soddisfa la facile commercializzazione di un finto folklore,  posto a metà strada tra la farsa e il  dramma,  è una trappola insidiosa nella quale continuiamo testardamente a inciampare.
Cosi anche l'opera di Eduardo Filippo  è caduta nell'inesorabile tritacarne di tanta critica, che ha gioiosamente  impastato sensibilità napoletana e  sofferenza calabrese   per  vedere  nella  sua   opera   un'emblematica espressione  del dolore delle nostre sventurate terre.  Come dire,  allora,  che  chi non soffre come noi  -  perché  noi meridionali siamo destinati a soffrire - non può recepire il messaggio,  i  valori, i segnali della attività  di  Eduardo Filippo.
Alla  produzione  di  Filippo  viene  riconosciuta  una ascendenza  quasi  classica, alla quale si  conforma  spesso l'equilibrio  e  la  compostezza dei  suoi  volumi;  gli  si riconosce  una  tensione  emotiva  vibratile  che   travolge oggetti  e corpi proiettandosi verso  esiti  espressionisti, talvolta oltre il limite del figurativismo. Tutto questo non è bastato ad evitargli il falsante titolo di "testimone  del dolore calabrese".
Questo ricorso all'etichetta nasce, forse, dal  bisogno ineludibile, che spesso ci accompagna, di capire, di trovare il filo conduttore, la cifra, la connotazione che unifica  e raccorda  i  vari e diversi momenti della produzione  di  un artista,  e,  alla  fine, di  collocarlo  nell'ambito  di  un movimento,  di una scuola, di una tradizione.  Ci  sforziamo allora  di scoprire reminiscenze, riflessi ed  echeggiamenti con procedimenti legittimi, anche se fuorvianti, affidandoci ai  peccati  veniali  di chi per la prima  volta  osserva  e avvicina   un  artista  con  l'aiuto  e  il   conforto   del riferimento al "già visto". Si può allora individuare  nelle opere di Eduardo Filippo eredità che sicuramente lo scultore non  avverte  e nelle quali non si  riconosce:  reminiscenze tre-quattrocentesche nella dilatata serenità plastica di un Andrea Pisano o la drammaticità infiammata di un Orcagna; o, più  vicini  a noi nel tempo, il riverbero della  dolente  e laconica compostezza di Arturo Martini o la desolata potenza drammatica di Herry Moore.
      Quando, ricercate e trovate le ascendenze,  individuate o  inventate  le  scuole di appartenenza, non  si  riesce  a trovare l'unica matrice di una produzione che, per  fortuna, non   si  ripete  mai  e  non  si  riesce  a  prevenire   al "famigerato"  motivo conduttore, non resta  che  l'etichetta per la quale, nel caso di un artista meridionale, il  "grido di  dolore"  va sempre bene. Si perde, cosi,  fatalmente  di vista che il dolore è sicuramente uno dei moventi di Eduardo Filippo; ma  non  quello  di  una  condizione  storica   e localizzata,  quanto piuttosto quello di una più generale  e immutabile condizione umana.
Al centro  del  cosmo di Eduardo  Filippo  c'è  l'uomo segnato  dalla  categoria  che  gli  è  più  peculiare: la sofferenza. Sofferenza intensa e irreversibile, mai  gridata ed   esaltata;   cristallizzata  nella   rassegnazione   del Monumento ai Caduti di  Fassato  Serralta,  nel quale l'intensità di    un dolore inguaribile  si  rapprende    nella deformazione fisica; affilata  e tesa    nello spazio ascensionale del crocefisso della Chiesa di  Cristo  Re  a Cosenza; ovattata e smussata nelle ampie e pastose superfici del Monumento ai Caduti di Marcedusa; contenuta e fiera  nei "Caduti"  di  Sorianello, nel quale  "La  Madre"  cita  col braccio sinistro ripiegato sul petto il gesto distintivo dei monumenti  funerari  romani; allampanata e  dignitosa  nella residua forza di sopravvivente che caratterizza l'"Addio  di Clown".
Eduardo Filippo muove dalla materia da sgrossare, da un originario "blocco" dal quale enucleare la forma: poco conta che esso sia il marmo o la pietra, un grafico, un  bozzetto, un programma disegnato o addirittura un progetto di elementi da  assemblare.  Il procedimento genetico  della  sua  opera esordisce   sempre,  idealmente  o  materialmente,   da   un originario  "blocco"  dal  quale tirare  fuori  l'opera.  Lo scultore  ferma  il  procedimento quando sente  che  la  sua creazione  è  realizzata  e  pronta  a  trasmettere  il  suo messaggio.
L'abbozzo, il non finito, le superfici piane e morbide, levigate  e scorrevoli, la forma finita e definita nei  suoi particolari anche minuziosi, il corpo limato, affilato  reso tagliente,  l'immagine  fiammeggiante  e  frastagliata,  gli spigoli   appuntiti  e  ispidi,  i  pinnacoli   pungenti   e acuminati, sono i vari e diversi momenti di questo  processo creativo.  Dal  bassorilievo  della Chiesa  del  Carmine  di Reggio Calabria alle fitte sciabolate della cappella di  San Nicola  nella  Chiesa Matrice di Spadola, dal  Torso  Virile della Collezione Machado, tormentato da tensioni  muscolari, alle appuntite ispidezze della Stele di Cristo Re a Cosenza, l'itinerario  della creazione è sempre lo  stesso:  cambiano solo  i momenti in cui Eduardo Filippo decide di fermare  il processo genetico.
Chi  ha fantasia può immaginare un processo magico  nel corso del quale lo scultore segue la materia che da embrione monolitico,  sulla  spinta  di  una  stessa  forza  interna, comincia a prendere forma sempre più dettagliata  e  umana, sgrossandosi  e particolareggiandosi, per cominciare  poi  a perdere  di  nuovo, per rarefazione  progressiva,  connotati figurativi;   l'artista  immobilizza  questo  processo   nel momento  in  cui  è  pronta  la  carica  comunicativa  della scultura. Se l'artista lasciasse la materia affidata al  suo movimento,  dall'iniziale  sgrossamento  alla  successiva  e progressiva  rarefazione,  la materia stessa  finirebbe  per dissolversi.  E chissà quante volte nei percorsi mentali  di Eduardo Filippo si è attuato questo processo metamorfico dal "blocco"  iniziale  alla  definizione  della  figura,   alla rarefazione  e alla dissoluzione. Sono stati i  mementi  che ogni artista rivive continuamente prima che  dall'irrequieto laboratorio  dalla fantasia e dell'inventiva  scaturisca  la decisione  di passare dall'intuizione allo scalpello,  dalla visione prefigurativa all'attività creativa.
Questo  processo creativo, prima intuitivo  e  mentale, poi organizzativo e progettuale, infine operativo e creativo consente  a  Eduardo  Filippo tanto  un  figurativismo,  ora serenamente  descrittivo ora  soffertamente  espressionista, quanto  un  astrattismo  lancinante, la  cui  dolente  forza comunicativa   è  spesso  affidata  ad  un   tattilismo   di stupefacente  efficacia. E' un percorso creativo il suo  che offre  la  possibilità  di  trasmigrare  dall'una  all'altra grafia,  ma anche di esprimersi, come accade nel  linguaggio musicale,   nell'adagio,   nel   largo,   nel    pianissimo, nell'andante  con  moto,  nel maestoso,  nel  crescendo.  Un percorso, ancora, che gli consente di filtrare, recuperare e trascrivere, forse inconsapevolmente, i segni indelebili  di una plurisecolare tradizione culturale e artistica.
Cosi,  l'agitata  deposizione  del  Queens  Village  di Albano  non può non rimandare istintivamente alla lotta  dei Giganti  dell'Ara di Pergamo, come le Anime del Limbo  della Collezione  Menof suggeriscono l'esuberanza compositiva  del barocco  ellenistico.  La  persistenza  di  una   formazione classica  non  può non ricordare, guardando il  torso  della collezione Machado il celebre e citatissimo "torso Farnese". Mentre  il  panneggio del monumento ai caduti  di  Marcedusa potrebbe richiamare alla mente la greca dama di Auxerre.
E  allora  si,  la  sua nascita  e  la  sua  formazione Napoletana  potrebbero  suggerire  una  via  indiscreta  per indovinare alcune componenti dello scultore, immaginando  il giovane  Filippo  in giro per le sale  del  Museo  Nazionale Archeologico   di   Napoli  a  contatto   con   l'astrazione figurativa  dell'arte  greca  arcaica,  col   descrittivismo fisiognomico  degli eroi di quarto secolo, con  la  patetica esuberanza ellenistica.
Se  è proprio necessario trovare una  definizione  per uno  scultore  come Eduardo Filippo  si  potrebbe  azzardare quello di artista "classico", che dirada o infittisce la sua grafia,  comprime o esalta gli aggetti e le  profondità  dei suoi bassorilievi, dipana o aggroviglia i panneggi delle sue figure,  umanizza  fino  al  ritratto le  sue  figure  o  le smaterializza  fino  all'astrazione, come accade  ai Kouroi greci di VIII-VII secolo.
Non  ci  sono  quindi grafie diverse  e  conviventi  in Eduardo  Filippo;  c'è un continuo  fluire  della  creazione dell'informe  blocco originario all'abbozzo, al non  finito, al    figurato,    al    verosimile,    alla    rarefazione, all'astrazione.  Diversi momenti di rappresentazione  di  un dolore  che  in  questo fluido processo  creativo  riesce a trovare tutte le sue possibili espressioni in una compiuta sacralità.   

Mauro Giancaspro



Pensando all’arte di Filippo

...L’artista, però, napoletano di nascita e calabrese di sentimento, è lo scrupoloso osservatore di una particolare realtà, quella calabrese, per la qualcosa di dramma di un popolo insoddisfatto costituisce il dram-ma di Filippo il quale, volendo sfatare il mito di una Calabria retriva, si ri-fugia nel trepidante mondo dei giovani. Egli, infatti, convinto che la nostra regione non sia la terra in cui hanno allignato soltanto brigantaggio a a-nalfabetismo, avverte l’urgente bisogno dì valicare questi angosciati e deprimenti limiti.
Pur se di natura schiva e di spirito inquieto e insoddisfatto, il no-stro artista crede negli ideali estetici e morali e, poiché la scultura non è altro che vitalità di forme asservite al sentimento, egli obbedisce a tale concetto, mostrandosi sensibile agli stimoli interni che gli propongono traguardi sempre più ardui.
E’ una scultura, quella di Filippo, dalle forme inserite in volumi in tanto ricchi di pathos in quanto meditati e concepiti come simboli di una fede nuova.
La struttura circolare, che ricorre nelle opere scultoree e che con-tiene il soggetto, rimane incompiuta nella sua evoluzione geometrica: un altro lirismo emerge dai profili logorati, dalle superfici corrose e dalle im-magini che acquistano un senso misterioso per lo “spezzarsi” del motivo potenzialmente delimitante e identificabile col simbolo altero del desiderio di un popolo che vuole erompere da ogni oppressione sociale, alla luce di una reazionaria presa di coscienza...

Nuccia Micalizzi



Critica

La sua arte libera dischiusa a mille infinite possibilità, padrona di sfiorarti appena con lo spirito è la sintesi di un cammino lungo le strade dell'essere umano... ecco, quando la sua mano incide su lastra oppure pesantemente senza esitazione scolpisce, tutto si tramuta in vibrazione interiore, questi sono i momenti in cui il suo essere artista trabocca con l’impeto del mare, la sua arte diventa un bellissimo sogno di energia, una lunga scalata lungo i sentieri del dubbio. Guardando le sue sculture mi aspettavo di sentirmi oppressa per quelle presenze massicce e, invece man mano che scrutavo, ho avuto la sensazione di percepire i confini del suo cammino. Quale o quali di questi elementi che compongono la personalità di Eduardo Filippo attraggono, non si può dire, ma, certamente, ciò che si “sente” è il fruire del suo essere, attraverso i vari modi di esprimersi.

Antonella Patrizia Barbarossa



La sacralità nell'arte di Eduardo Filippo

Il processo creativo di Filippo trova lo spunto più significativo in un segno che affonda le radici in una sacralità profonda, dove il “religioso” assume  dimensioni di notevole espansione semantica e raggiunge un felice equilibrio nel dualismo tra sacro e profano.
Sacralità nella memoria o della memoria, dove l’uomo nonostante tutto, acquista un primo piano rigoroso e riconduce forse ad una incosciente ricerca prometeica.

Luciano Capponi



Il Cristo - Porta dell’Eucarestia

Caro Eduardo

L’immagine del tuo Cristo, quella figura fragile e vittoriosa che aggetta dal centro della Porta che hai creato per la Cattedrale di Catanzaro, mi ha accompagnato durante il dilaniante sostare, attorniato da un opprimente “vuoto” ai margini del mare di rovine, nel cuore della mia Manatthan.
Forse qui, oppresso da questo assurdo andare, comprendo il lieve sorriso di vittoria che aleggia sul volto del tuo Cristo,e da qui inizio a capire le carezze che inconsciamente fai alle tue sculture mentre cerchi, senza offendere il mio essere ateo, di spiegarmi la vittoria del tuo Cristo sulla morte, degli uomini ignari di Lui.
Ti ammiro, non ti stanchi mai di capirmi, di essermi amico: ogni volta che ci incontriamo, ormai sempre più raramente, cerchi sempre di farmi entrare nel tuo mondo, nelle tue sculture, nella tua creatività, nel tuo modo di credere.
Ti dico, amico mio, che ci stai riuscendo: qui davanti a questa immane ferita sto scoprendo che bisogna pensare al tuo guardare sempre e solo il bicchiere mezzo pieno perché credi in qualcosa di più grande di noi che ti protegge.
La sofferenza che fa capolino dal tuo fare scultura è sempre seconda alla possanza dell’immagine sacra che hai appena scolpito. Il simbolismo positivo che cerchi nelle tue composizioni, il classicismo espressionistico che si coglie in tutto il tuo lavoro, rispecchiano il tuo essere solare, fiducioso, quale uomo che non conosce rancori e che profonde tutto se stesso in ciò che crede senza chiedere nulla in cambio.
Sono felice di aver visto, anche solo per poco, questi tuoi ultimi lavori impegnativi, nei quali ho colto tutta la tua sofferta creatività, ma credimi, la cosa che più mi ha impressionato è la tua piena, convinta … profondamente convinta, umiltà di non essere ancora capace di rappresentare Colui in cui credi.
Amico mio, tu invece sai “vedere” la Sua vittoria, lo dice il Suo tenue, appena accennato sorriso, che è totalmente divino.

Con affetto  

New York 2001.11.11

C. William Zheramby



Monte Covello

Eduardo Filippo, Napoletano. Scultore. Per vocazione naturalmente. Napoletano essendo, dicevo, ha innato il senso del gesto plastico, del gesto che parla. E con la scultura Eduardo (con la “u”, si noti) parla, si tratti di strutture astratte o di figure umane. Come quei volti dolenti di calabrese, a cui l’asprezza del grezzo metallo fuso dà solo il tocco finale, materico.
Monte Covello. Uno schianto. Ufficiali e subalterni periscono assieme al Generale Mino. Sarà Eduardo Filippo a interpretare la tragedia, con una struttura svettante aspra, ferrea come la disciplina dell’Arma. Un capolavoro. Per il momento, s’intende.
E la grafica? Lineare, scavata, plastica, insomma. Di traccia classica. Una mano, quella che la segna, che “sa”, che ha visto tutto quello che c’è da vedere, dalla classicità arcaica ad oggi.
Credo di aver detto tutto. Vedere per credere.

Roberto Cimadori



 

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